The Great Hack: I Nostri Dati Contro la Democrazia

C’è un altro spettro che si aggira lungo il pianeta, un altro vento che soffia scuro tra i confini nazionali, un altro virus che sta seminando paura e odio per il mondo: il populismo che “spopola”.

Le democrazie mondiali virano sempre più a destra e portano agli onori leader politici dagli atteggiamenti e dalle azioni sempre più illiberali.

Non è un caso che, però, succeda un po’ ovunque.

Basti pensare all’esito delle elezioni italiane del 2018, al consenso crescente verso la figura di Matteo Salvini, alla Brexit promossa da Nigel Farage, alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e al successo elettorale di Jair Bolsonaro in Brasile che sta portando al disboscamento della Foresta Amazzonica, il polmone verde del pianeta.

Scrivo questo post profondamente scosso e colpito dopo la visione del documentario The Great Hack, visto poco fa su Netflix.

Dovremmo guardarlo tutte e tutti, per realizzare finalmente quanto sia necessaria un’azione politica sui dati personali, vero oro del terzo millennio, dati che in possesso di alcune società potrebbero cambiare l’esito delle votazioni e mettere in serio pericolo il sistema democratico stesso.

I nostri dati raccolti da Facebook e in possesso della società Cambridge Analytica, sarebbero serviti per convincere gli indecisi a votare per Trump e per la Brexit, citando solo due campagne elettorali dove la Cambridge Analytica ha targettizato i dati per creare consenso alle due campagne stesse, sparando in rete fake news, diffamazioni e altre nefandezze mediatiche irrintracciabili. Per saperne di più questo articolo de IlPost è molto esaustivo https://www.ilpost.it/2018/03/19/facebook-cambridge-analytica/

Le piattaforme social, nate per metterci in rete e creare connessioni, per condividere momenti di vita e per diffondere conoscenza si sono ora trasformate in piattaforme di propaganda d’odio, sono diventate pubbliche piazze virtuali dove ci insultiamo, ci sputiamo telematicamente negli occhi e dove lì lediamo ogni dignità umana, sbavando rabbiosi l’uno contro l’altro.

Quest’odio si riversa così nei nostri comportamenti, dalle piazze virtuali a quelle reali, creando un terreno fertile che potrebbe dar vita addirittura a guerre civili in un futuro non molto lontano, temo.

Leggiamo notizie su Facebook e ci indignamo, le “likiamo” e le ripubblichiamo, notizie che provengono da chi la pensa come noi grazie agli algoritmi del social stesso, automatismi che ci propinano costantemente le nostre preferenze ad ogni contenuto condiviso, in virtù di ciò che già abbiamo visto, “likato” e pubblicato (spesso senza verificarne l’opportuna veridicità o attendibilità della fonte): siamo sempre davanti allo specchio dove l’unica immagine riflessa è la nostra.

E siamo tutti manipolati. Lo sappiamo, sì, ma non ce ne accorgiamo quasi mai. Preferiamo invece rimanere nella nostra “coerenza”, nel nostro pensiero sempre più irrigidito e mai messo in discussione. Non sia mai!

Le nostre preferenze online ci stanno trascinando in un baratro del quale è difficilissimo intravederne la profondità.

Personalmente mi interrogherò sempre di più su ogni notizia che arriverà ai miei schermi e mi chiederò:

«Questo pensiero è realmente mio o è frutto di manipolazione? Sono manipolabile? Sono manipolato?».

Cercherò di tralasciare orgoglio e presunzione di coerenza (parole sempre in bocca di chi, di fatto, non le possiede).

Dobbiamo tutti e tutte reclamare indietro i nostri dati personali.

C’è bisogno di regolamentazione. C’è bisogno di politiche.

I dati personali devono tornare ad essere di nostra proprietà. Qui è in gioco il sistema democratico stesso.

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